Attenzione, questo è un post lungo: dotatevi di connessione veloce e molta pazienza
E così, come dice Elli, devo aggiornavi un pochino su tutto quello che è successo. Sono passati due mesi e più ed è l’ora di ricordarsi momenti che poi andranno perduti nella memoria.
L’attesa
Nei due mesi prima del parto rimandavo sempre la scrittura di post, ero talmente presa dall’organizzazione della casa nuova, dal lavoro e dai giri burocratici che non riuscivo neanche a pensare a cosa scrivere. E poi, in effetti, che cosa avrei potuto scrivere? Della mia incapacità cronica di riuscire anche solamente a immaginare dei mobili imbullonati al muro senza scoppiare in lacrime isteriche? O dei miei ormoni ballerini che mi facevano rifare il letto in maniera maniacale almeno 3 volte al giorno e senza l’aiuto di nessuno (sempre per evitare gli isterismi)?
Insomma sono cose che dovevo affrontare da sola, accanto al mio compagno e a delle amiche speciali di un clan segreto, e una sorella acquisita, che mi ascoltavano durante le mie lamentosissime chat piene di paranoia. Ne siamo usciti vivi con buoni risultati, direi.
Siamo arrivati a pelo con l’organizzazione dell’Angolo di Camilla giusto in tempo per il travaglio. Quella stordita del negozio di articoli per l’infanzia di San Secondo ci ha messo 3 settimane per farci arrivare il passeggino, e avevo l’ansia di dover portare a casa la Milla in braccio sprovvista di ovetto e culla e continuavo a dire “appena arriva partorisco, appena arriva lo sento mi arrivano le contrazioni”. Simo è stato mezza giornata con la ragazza del negozio, ci hanno recapitato il passeggino a casa e il giorno dopo… mi si sono rotte le acque.
Il parto
Sabato 22 settembre, con un nuovo passeggino in casa, mi sveglio, mi siedo sul bordo del letto, alzo un piede per infilarmi le calze antiscivolo, e mi si rompono le acque. Un dramma. Un dramma perché avevo solo le contrazioni preparatorie, niente di così doloroso. Ho fatto la valigia della bimba (si, ok, sono una ritardataria) e siamo partiti per l’ospedale di Vaio, a Fidenza.
Devo aprire una parentesi per complimentarmi con la struttura e soprattutto con chi lavora lì dentro. Il parto è un momento così delicato della propria vita che bisogna veramente essere trattati con rispetto. Le ostetriche che mi hanno seguito, Lodovica ed Eleonora, hanno capito chi ero e come dovevo essere incoraggiata in tutta la fase del travaglio. Sono state presenti, affettuose, decise. Mi hanno tenuto la mano, sono state in silenzio, mi hanno parlato nei momenti opportuni. Hanno ascoltato le nostre richieste e il loro lavoro è stato professionale, attento e preciso. E poi tutto il personale è stato attento durante i mei quattro giorni di degenza. Se qualcuno deve partorire in provincia di Parma, io consiglio l’ospedale di Vaio
Tornando a noi, mi si sono rotte le acque e siamo partiti in fretta per l’ospedale: là mi hanno registrato, chiesto il nome della bimba (ma non si può più fare quella cosa di aspettare di vederla in viso per scegliere il nome?) e fatto un sacco di tracciati. Siccome non avevo contrazioni utili, abbiamo concordato con l’ostetrica di indurre le contrazioni con l’ossitocina la mattina seguente. Il fatto di essere stata ricoverata un giorno prima senza dolore, con la calma di ambientarmi in quel luogo e prendere familiarità con le persone mi ha reso più tranquilla.
Il giorno dopo mi svegliano verso le sei, faccio un tracciato e intanto chiamo Simo per farlo venire in ospedale (non lo lasciavano dormire lì!). Arriva, mi mettono il cateterino nel braccio e iniziamo con l’ossitocina.
Da lì i miei ricordi variano da un “vividissimo” a un “non me lo ricordo per neinte”. Ho ben chiara l’immagine di mio papà che arriva per il corridoio e io che da lontano gli faccio il gesto di andare via mentre vengo pervasa da una contrazione; mi ricordo i parenti della mia compagna di stanza che aveva già partorito che mi si avvicinavano e gridavano “auguri! auguri!” mentre avevo le contrazioni. Ricordo la folle voglia di ucciderli tutti. Ricordo l’immagine di questa enorme sedia in sala parto in cui ti potevi perfino mettere a testa in giù e il mio terrore di muovermi, cambiare posizione, sentire il dolore in attesa del travaglio attivo. Ricordo il momento di panico e più brutto della giornata in cui non sopportavo più il dolore e l’unica posizione in cui ero messa meglio era in piedi, rinfrescandomi con il banco di marmo del bancone delle ostetriche e guardando il paesaggio fuori dalla finestra. Ricordo la felicità di vedere la mia ostetrica preferita arrivare per il cambio turno, proprio quando dovevo incominciare a spingere. Ricordo il tempo dilatarsi (scusate il gioco di parole) e quel maledetto orologio di fronte alla mia faccia che non ne voleva sapere di andare avanti mentre io spingevo e spingevo e la Camilla non si muoveva di un millimetro! Ricordo la paura di non riuscire a farla uscire, il non saper come fare, il non saper come muovermi. Ricordo il cd di musica mista che avevano messo su per distrarmi e quell’angosciante canzoncina da circo. Come se partorire fosse una cosa divertente, no? Ricordo simone amorevole e silenzioso, vicino a me in ogni secondo di quella giornata, le sue mani che stringevano le mie o per lo più mi sorreggevano tra uno sforzo e l’altro.
E poi, ad un certo punto, sento un dolore fortissimo; vedo che l’ostetrica volontaria si mette il camice e i guanti, prepara il vassoio con gli stumenti chirurgici e io mi preparo al peggio; invece eccola lì la piccola Camilla che nasce, con i suoi vagiti del primo respiro, in braccio a me con quegli occhioni scuri, tranquilla, bianca, appiccicosa e fiduciosa. E’ lei. Papà taglia il suo scivoloso cordone ombelicale: sta diventando una persona a sè stante. unica, nuova; Benvenuta Camilla.

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